Radioterapia intraoperatoria

La nuova frontiera della medicina nel trattamento radioterapico del cancro alla mammella


 

Il tumore al seno colpisce 1 donna su 10 nel corso della vita.

Solo in Italia ogni anno sono 38.000 le donne che si ammalano: questi i dati epidemiologici stimati dall’Istituto Superiore di Sanità.

Nella radioterapia esterna (EBRT) che fino a pochi anni fa rappresentava l’unico tipo di terapia radiante, le radiazioni, erogate da una sorgente esterna, sono indirizzate verso la mammella.

Il trattamento avviene all’interno di bunker dove sono situati gli apparecchi generatori di radiazioni (acceleratori lineari).


 

È ampiamente dimostrato che una diagnosi precoce tramite autopalpazione, periodiche visite senologiche, e soprattutto screening mammografico, permette di intervenire tempestivamente e con maggiori probabilità di successo.

Laddove possibile, l’atto terapeutico d’elezione è l’escissione chirurgica della massa tumorale ( quadrantectomia, rimozione di un quadrante o spicchio della mammella), mentre sempre più raramente si ricorre all’asportazione dell’intera mammella ( mastectomia).

La possibile recidiva locale rappresenta, ancora oggi, una delle problematiche più serie del trattamento del cancro alla mammella: la sola chirurgia, infatti, non sempre riesce ad eliminare tutte le cellule tumorali e a prevenire la successiva ripresa in loco della malattia; proprio per questo l’intervento chirurgico è coadiuvato da terapia radiante.

Quest’ultima consiste nell’utilizzo di radiazioni ionizzanti che generano radicali liberi in grado di danneggiare irreversibilmente le cellule colpite e distruggere quindi eventuali foci di cellule neoplastiche residue.


 

Nell’EBRT il protocollo terapeutico prevede un trattamento quotidiano di 5 giorni su 7 della durata media di 5-6 settimane. Questo approccio, pur consentendo di frazionare la dose radiante in più sedute e di ridurre quindi la tossicità per le cellule sane, può comportare problemi di natura sociale, economica ed organizzativa: le pazienti devono recarsi quotidianamente presso la struttura, con tutti i disagi e le pressioni psicologiche che questo genera.

Inoltre è auspicabile iniziare le sedute di radioterapia 6-9 settimane dopo l’intervento chirurgico, evitando di superare il limite massimo di 3 mesi. Tuttavia, a causa delle lunghe liste d’attesa questa tempistica non sempre può essere rispettata.

Da qualche anno la radioterapia intraoperatoria (IORT, intra operative radiation therapy) accoglie ampi consensi da parte della comunità scientifica.

Grazie a fasci di elettoni ad altra energia generati da acceleratori lineari mobili collocati in sala operatoria, è possibile effettuare l’irradiazione contestualmente all’intervento chirurgico, subito  dopo l’ablazione del tumore, in un’unica dose e direttamente sul letto tumorale.  Tale approccio terapeutico è ottimale per pazienti con neoplasie totalmente asportabili, non superiori ai 2 cm di diametro, e con basso grado di invasività.

I vantaggi che derivano da questa irradiazione “a cielo aperto” sono molteplici:

-          La diretta visione dell’area da trattare consente una maggiore precisione di erogazione ed un minore coinvolgimento dei tessuti sani circostanti (grazie anche all’utilizzo di lastre di piombo ed alluminio schermanti),

-          La IORT permette l’erogazione di un’unica dose radiante equivalente all’intero ciclo di radiazioni ab externo,

-          l’irradiazione dura poco più di 1 minuto, mentre l’intera procedura al massimo richiede una ventina di minuti,

-          rispetto alla radioterapia tradizionale, manca il periodo di attesa tra l’intervento chirurgico e l’inizio della terapia radiante, così si riduce il rischio di precoci recidive locali,

-          nella maggior parte dei casi non è necessario un ulteriore ciclo di irradiazioni post-operatorie, questo indubbiamente migliora la qualità della vita delle pazienti evitando loro lo stress di quotidiane trasferte presso i centri specializzati.

                                                                      

In conclusione, il ricorso a nuovi e combinati approcci terapeutici, tra cui la radioterapia intraoperatoria, fa sì che le donne ammalate possano sempre più nutrire speranze di sopravvivenza e, aspetto non secondario, possano affrontare con  maggiore serenità il percorso di cura intrapreso.

 

Dott.ssa Manuela Biello