Terapia ormonale e rischio di tumore mammario, cosa si conosce?

Recenti studi epidemiologici hanno permesso di stabilire il livello di rischio associato alle terapie di sostituzione ormonale


Attualmente, si ritiene che le combinazioni di ormoni estrogeni e progestinici siano le più rischiose nel favorire le neoplasie femminili.

Al contrario, l’utilizzo anche prolungato di trattamenti a base di soli estrogeni sembra meno pericoloso, anche se non è chiaro il perché.


La terapia di sostituzione ormonale è utilizzata da milioni di donne nel mondo per ritardare e attenuare i sintomi tipici della menopausa. Già da tempo si sono levate serie preoccupazioni riguardo una possibile associazione tra l’uso di ormoni riproduttivi a scopo terapeutico e il rischio di carcinoma mammario.

Queste evidenze sono emerse inizialmente da studi retrospettivi.


Più recentemente, studi randomizzati eseguiti su campioni più vasti hanno però fornito risultati contrastanti e aperto scenari più complessi, rendendo così estremamente difficile l’adozione di posizioni definitive.

L’influenza degli estrogeni sulla predisposizione al tumore al seno è stata originariamente dedotta dal riconoscimento di fattori di rischio di natura ormonale, come l’età alla prima gravidanza, l’età al menarca e l’età di ingresso in menopausa. Tuttavia, a differenza delle complicazioni di tipo cardiovascolare che si manifestano nei primi anni di trattamento, la probabilità di sviluppare il tumore sembra essere legata alla durata complessiva della terapia e risulta ancor più elevata se il trattamento inizia in età prossima alla menopausa.


La maggior parte degli studi osservazionali suggeriscono che entrambi i trattamenti aumentano il rischio di tumore, seppur diagnosticabile in fase precoce. Risultati completamente diversi provengono invece dagli studi randomizzati eseguiti dal Women Health Initiative (WHI).

Alcune ricerche hanno dimostrato che le terapie combinate (estrogeni e progestinici) aumentavano significativamente il rischio del tumore e della mortalità nelle donne in post-menopausa con utero intatto.

In particolare il riconoscimento di questi tumori era assai complicato e la diagnosi giungeva in ritardo.

Diversamente, le terapie con solo estrogeni non interferivano nel riconoscimento dei tumori, ma riducevano, addirittura, in modo significativo il rischio di carcinoma mammario nelle donne in post-menopausa isterectomizzate.


Queste differenze tra studi osservazionali e randomizzati potrebbero essere legate a un ricorso disuguale allo screening mammografico nei due tipi di studio. Nella normale pratica clinica, infatti, le pazienti sottoposte a terapia ormonale sono esaminate più frequentemente rispetto alle pazienti non trattate e quindi diagnosticate più precocemente.

Diversamente, negli studi randomizzati WHI, la frequenza delle mammografie è stabilita a priori ed in modo uguale tra pazienti trattate e controlli. Infine, la complessa biologia degli ormoni sessuali non consente attualmente di comprendere del tutto i meccanismi che regolano la  proliferazione neoplastica dei tessuti, così come i fenomeni di apoptosi cellulare, spesso elencati tra i possibili effetti protettivi esercitati dagli estrogeni sul tessuto mammario.


A cura del Dott. E.A. Cutolo


Referenza: Rowan T. Chlebowski and Garnet L. Anderson Changing Concepts: Menopausal Hormone Therapy and Breast Cancer JNCI J Natl Cancer Inst (2012)