Tumore al seno e condizione sociale, cosa insegna l'immigrazione?

L'incidenza e la mortalità legata alla patologia riflettono precise caratteristiche sociali originarie ed acquisite delle donne immigrate

Cosa può insegnare un’analisi etno-demografica sull’incidenza del tumore? Molte cose ci spiegano i ricercatori svedesi. Ad esempio, che la patologia colpisce più frequentemente la popolazione nativa rispetto alle donne immigrate e, in particolare, le categorie socio economicamente più avvantaggiate. Oppure, che l'incidenza della patologia nella seconda generazione di immigrate si avvicina a quella della popolazione nativa. E ancora, più tristemente, che la mortalità per il tumore è più elevata tra le donne immigrate che tra quelle native, a dimostrazione del fatto che persistono barriere di natura economica, culturale e comunicative, che non permettono alle campagne di screening e di prevenzione di raggiungere uniformemente la popolazione.


Nonostante le tecniche diagnostiche e le strategie terapeutiche e chirurgiche siano in costante perfezionamento, il carcinoma mammario continua ad essere il tumore femminile più mortale a livello globale, specialmente mei paesi poveri. Tuttavia, il benessere sociale non corrisponde all’immunità verso la patologia. Ad esempio, certi aspetti della condizione della donna occidentale, come l’età media avanzata al momento della prima gravidanza, potrebbero rappresentare pericolosi fattori di rischio per il carcinoma mammario, assenti invece nelle popolazioni più svantaggiate. L’incidenza del tumore al seno presenta, del resto, un’ampia variabilità geografica, con un massimo registrato nei paesi a reddito più elevato come Europa e Nord America. Diverso è invece il tasso di mortalità legato a questo tumore, il quale è massimo nei paesi a basso reddito ma decisamente inferiore nel cosiddetto “primo mondo”.


Gli studi epidemiologici che coinvolgono le popolazioni migranti rappresentano strumenti eccezionalmente utili per misurare il contributo sociale, genetico e culturale all’eziologia di numerose patologie e possono offrire interessanti spunti di riflessione per analizzare i potenziali fattori di rischio.


Nel presente studio i ricercatori svedesi hanno esplorato alcuni registri nazionali demografici (The National Population and Housing Censuses, Longitudinal Integration Database for Health Insurance and Labor Market studies Multi-Generation Register, The Swedish Population Register) e medici (The Swedish Cancer Registry, The Cause of Death Register), valutando l’incidenza e la mortalità per il tumore al seno in relazione all’etnia di appartenenza ed alla condizione socio economica delle donne.

In totale, l’analisi ha coinvolto oltre 4,6 milioni di donne, delle quali 760,000 immigrate, 500,000 figlie d’immigrati e 3,300,000 native di discendenza svedese. I ricercatori hanno scelto di utilizzare il livello d’istruzione come indicatore della condizione socio economica delle donne. Inoltre, per valutare il contributo dello stile di vita al rischio del tumore, le donne immigrate sono state stratificate in base all’età al momento dell’arrivo nel paese ospite.

Da un prima analisi è emerso che l’incidenza del tumore cresce continuamente fra le donne di discendenza svedese ma anche nelle immigrate di seconda generazione, mentre resta è stabile tra le donne immigrate nate altrove.

Questo trend è controbilanciato da una maggiore sopravvivenza, anche se è piuttosto evidente una disparità nella mortalità tra donne svedesi ed immigrate.

In particolare, gli autori hanno notato che le donne con una posizione socio economica più elevata, indipendentemente dal paese natale, presentavano un’incidenza del tumore del 20 - 30% superiore rispetto alle categorie più disagiate, ma una maggiore sopravvivenza. Quando le donne immigrate giungevano nel paese in età adulta l’incidenza restava bassa, mentre se vi si insediavano ad un’età più giovane, il rischio di sviluppare il tumore aumentava.

Inoltre, ricercatori hanno osservato che nelle immigrate di seconda generazione si assiteva ad una convergenza della prevalenza della patologia verso il valore della popolazione nativa svedese. Questo dato sottolinea la centralità dello stile di vita nella predisposizione alla patologia ed evidenzia come alcuni comportamenti adottati in seguito allo spostamento possano intervenire modificando il rischio individuale del tumore.


Dallo studio è anche emerso che le donne con un livello di istruzione più basso presentavano un rischio di mortalità dal 30 al 40 % superiore rispetto a quelle incluse in categorie più elevate. Questa differenza può essere spiegata da una disparità nel ricorso all’assistenza medica, e nell’adesione al follow-up clinico e ai trattamenti indicati. Tuttavia i ricercatori hanno osservato che la mortalità tra le donne immigrate si riduceva se il soggiorno nel paese era superiore a 30 anni, probabilmente come conseguenza di una maggiore adesione alle campagne di screening e ai programmi di sorveglianza promossi delle autorità sanitarie del paese.

In conclusione, lo studio cha confermato precedenti osservazioni secondo le quali il rischio del tumore si modifica in seguito all’emigrazione. Ad esempio, il miglioramento della condizione socio-culturale che generalmente accompagna l’emigrazione correla inversamente al numero di gravidanze, alla durata dell’allattamento, e positivamente all’età della prima gravidanza e l’utilizzo di farmaci ormonali. Questi elementi rappresentano i principali fattori di rischio per il tumore e si stima che oltre il 90% dei casi di carcinoma mammario nei paesi ad elevato reddito siano causati proprio da fattori di natura ormonale. Diversamente, un’età giovane alla prima gravidanza e più maternità sembrano proteggere dal tumore.

La differenza nell’incidenza della patologia tra cittadine immigrate e native potrebbe essere quindi attribuita ad una diversa distribuzione dei fattori di rischio, mentre l'incidenza superiore della patologia nelle generazioni successive di immigrate potrebbe riflettere l’impatto del nuovo stile di vita a spese di un background protettivo.


Lo studio ha dunque fornito un quadro delle categorie sociali femminili maggiormente suscettibili al tumore, verso le quali è necessario indirizzare le campagne di sensibilizzazione per lo screening mammografico, ma non solo. Il confronto operato sulla base del paese natale e dell’età al momento dello spostamento ha anche fatto emergere nuovi fattori di rischio legati alla condizione sociale, importanti per migliorare le strategie preventive della malattia.


A cura del Dott. Edoardo Cutolo

fonte: Breast Cancer Res. 2012 Jan 6;14(1):R5